mercoledì, marzo 09, 2005
Senza titolo
Il colonnello Eugenio Pappalardo si svegliò di soprassalto ché un sogno o forse un pensiero in dormiveglia era riaffiorato da più di trent’anni di profondità. Aprì un occhio e poi l’altro. Era putrido di sudore, in canottiera e pantaloni del pigiama. Si guardò dal petto inzuppato alla punta dei piedi e vide con orrore che era sprofondato nella sua poltrona di vilpelle marrone nel soggiorno della casa di Trastevere con le tapparelle mezze abbassate. Alzò gli occhi verso il ronzio che lo aveva narcotizzato qualche ora prima e guardò al rallentatore il seno pesante di gelatina di Mara Venier che sbatacchiando a destra e a sinistra cercava una via di fuga da una camicetta bianca mezza sbottonata. Provò, il colonnello Eugenio Pappalardo, un preavviso di eccitazione che si confuse subito con un senso di disgusto per lo stato delle cose. E mandò giù il grumo di catarro che gli aveva segato il respiro durante il sonno del dopopranzo.
Si svegliò cotto nel suo sudore ché faceva un caldo dannato e un sogno o forse un pensiero lo aveva trascinato nel gorgo scivoloso della memoria, giù fino a un’altra domenica pomeriggio di luglio. Una calda domenica di luglio di più di trent’anni prima.
La faccia scura di un bambino, che non si capiva se per la porcheria o per la carnagione, gli chiedeva, a modo suo, di dirgli la verità o comunque qualcosa, che anche se non è la verità, aiuta. Quel sogno-o-forse-pensiero gli riappiccicò addosso la divisa estiva della benemerita, con i tre binari del grado di maresciallo sulle spalline e lo rispedì in quella fossa maledetta di Calabria dove aveva buttato il sangue di sottufficiale fresco di corso. E con più di trent’anni tra la prima e la seconda volta, quella faccia lercia gli rifece la domanda. Marescià, mamma; dov’è mamma? Ma questa volta che la risposta ce l’aveva corretta non fece in tempo a rispondere, ché i pensieri si erano già arrotolati all’indietro e più di trent’anni d’esperienza, di certezze e di responsi erano svaporati in un istante. E la risposta gli rimase a mezza gola, impastata con un nodo di muco stantio che il colonnello Eugenio Pappalardo aveva nei bronchi anche fuori stagione. Così, quella domenica madida di luglio quel sogno che era forse un pensiero in dormiveglia si trasformò in un pensiero davvero e il colonnello Eugenio Pappalardo rimase a marcire nel suo sudore mentre davanti ai suoi occhi spenti friggeva la televisione accesa da ore.
Il maresciallo Pappalardo se ne stava sempre turgido nella sua divisa abbottonata per bene a voler mostrare un’altezza maggiore di quella reale, benché non fosse basso del tutto, e trattenere la leggera pinguedine che rivestiva quello che forse sarebbe stato un fisico ragionevole. Ma era che sfigurava con l’appuntato Capone che gli stava come un’ombra, alto due o tre spanne in più e secco come uno scovolo di forno. Ed era al suo fianco quando, dopo il rancio, si presentò in caserma tale Erminio Bellomusto per denunciare la scomparsa della moglie Concetta De Biase, nata lì nel ’45, di professione bracciante agricola. Con l’appuntato alla guida della campagnola fiat, il maresciallo a destra e il Bellomusto sul pancaccio dietro, i tre si recarono in contrada Vaditari presso l’abitazione della famiglia Bellomusto per i primi rilievi del caso.
Neanche in macchina, con la strada sterrata che li faceva sobbalzare senza tregua, il maresciallo si sbottonò la giacchetta della divisa, nonostante i maccheroni al sugo di braciola e pollo fritto premessero per sistemarsi più comodi nello stomaco del sottufficiale. Ma non gliela diede per vinta, e per fortuna, o forse perché cucito a filo doppio, il bottone della sciancratura resse con soddisfazione.
Davanti la piccola casa rurale aspettava, seduto in una carriola arrugginita, un ragazzino di otto anni circa che, l’appuntato verbalizzò, era figlio del denunciante e della scomparsa. Umbertino, così disse di chiamarsi dopo che il maresciallo gli chiese il nome per ben cinque volte, da sotto due sopracciglia aggrottate da far paura guardava storto lo sbirro ma diritto negli occhi. E quando questi cercò di accarezzarlo, la bestiola umana gli mollò un morso da fargli vedere le stelle, e prima che il carruba potesse riappropriarsi dei suoi sensi il piccolo gli sparò a bruciapelo la domanda. Il maresciallo, che era abituato a farle e non a riceverle, le domande, si trovò spiazzato e tirò fuori la prima cosa che gli venne sulla lingua: non ti preoccupare, ché ora la tua mamma torna.
Il maresciallo era scapolo e non aveva dimestichezza alcuna con marmocchi rognosi. Ordinò, per questo, ma in disparte e in un modo che sembrava più una preghiera piagnucolosa, che l’appuntato, che di figli ne aveva quattro, si intrattenesse con il ragazzino, cercando magari di carpire con tatto qualche cosa, in modo incrociare poi le versioni. Lui si sarebbe occupato del padre, all’interno dell’abitazione.
Non si creda che il maresciallo Eugenio Pappalardo, diplomato a pieni voti alla scuola per sottufficiali di Viterbo, non fosse un militare tuttodunpezzo. Altroché. Il grado che portava cucito alla manica non era, come per la maggior parte dei suoi colleghi, un sigillo di fine carriera. Sapeva che si sarebbe guadagnato spalline ben più importanti: ne aveva le capacità ed era nell’ordine delle cose che ciò accadesse. E non gli ci volle molto per dimostrarlo anche al Bellomusto.
Si muoveva tra la poca roba di quella famiglia di braccianti con passi da segugio. Sembrava annusasse anche l’aria, proprio come fanno i cani che seguono la fatta. Faceva domande dall’apparenza superficiali e sembrava prestare solo un orecchio distratto alle risposte dell’uomo. Dopo aver registrato a mente tutti i particolari rilevanti in cucina passò previo consenso alla stanza da letto. Gli bastò un’occhiata veloce per farsi un’idea.
La donna, secondo la deposizione del marito, mancava da casa dal pomeriggio del giorno prima. Sebbene fossero già trascorse ventiquattr’ore, c’era poco da allarmarsi: bisognava attendere almeno il giorno dopo per iniziare a battere il territorio. Ma prima di tornare in caserma il maresciallo Pappalardo volle andare a fare visita ai parenti della donna che, per ora, risultava solo essersi allontanata dal suo domicilio abituale. E si fece indicare la strada dal Bellomusto.
Congedatosi dall’uomo con un arrivederci, il maresciallo uscì alla luce del giorno e fece cenno al subalterno di montare in macchina. Salutato il ragazzino a debita distanza salì sulla campagnola scappottata e si accese la prima delle tre sigarette della giornata.
I genitori della Concetta De Biase erano molto anziani e una delle due sorelle della donna chiese al maresciallo di non farli subito partecipi di un fatto assai ingiustificato, ché la sorella non aveva motivo di allontanarsi da casa per tante ore e che probabilmente non si trattava di vero allontanamento. La donna riferì al maresciallo di aver saputo della scomparsa, così continuava a chiamarla, della sorella dal marito di lei, che già nel pomeriggio del giorno prima si era recato a casa della cognata per sapere se fosse stata vista. Sarebbe toccato alla sorella, spiegò la donna, portare da mangiare agli anziani genitori e fargli compagnia fino alla sera, quando sarebbe stata poi nuovamente sostituita da una terza sorella.
Un rivolo di sudore scese lungo la schiena del sottufficiale. Sulla sua fronte si tenevano aggrappate, in un equilibrio assai precario, grosse gocce che aspettavano di stillare sulla camicia sotto tiro. Un’ipotesi prendeva forma nella sua testa e lo scenario che intravide gli accelerò un poco il battito del cuore. Si passò sul viso il fazzoletto che teneva in tasca raccolto per bene e accese la seconda delle tre sigarette della giornata, più per darsi un contegno che per reale necessità di fumare.
Non c’è che dire. Preferiva, il maresciallo Eugenio Pappalardo, infinitamente di più l’inverno. Per via di quel maledetto sudore che nelle estati del sud gli inzuppava la drop che da cachi diventava color carta da pane e la sera intorno alle ascelle e lungo la schiena gli si potevano contare le sudate fatte durante tutta la giornata per colpa degli aloni biancastri che lascia la traspirazione quando s’asciuga, come i cerchi dell’età in un tronco di quercia segato di fresco.
Guardò negli occhi l’appuntato come a chiedergli conferma per la correttezza dell’ipotesi che piano piano prendeva forma nella sua mente. E quello non mosse ciglio, ché ormai lo sapeva che il maresciallo Eugenio Pappalardo quando pensava a qualcosa credeva di parlare ad alta voce, e con lo sguardo interrogativo chiedeva conferme impossibili a chi non sapeva neanche a cosa stesse pensando.
Dunque, pensò: il Bellomusto era stato della cognata perché sapeva che lei aspettava la sorella per il cambio turno per l’assistenza ai vecchi genitori già in orario di pranzo… E confermo l’assunto con un mmm gutturale. Ma non volle credere di poter già tirare una conclusione, ché le indagini non erano ancora incominciate e gli pareva troppo ingenuo trarre conclusioni. Tanto più che ancora non si poteva neanche parlare di reato e che, se di reato si fosse potuto parlare, bisognava ancora darne notizia al comando di compagnia che a sua volta avrebbe dovuto notificarlo al magistrato competente. E per un attimo pregustò il piacere di esporre con linguaggio aulico i fatti al capitano Colosimo, uomo di cultura umanistica elevata che solo con lui nel raggio di chilometri si poteva discorrere di letteratura e altre scienze sociali.
Non c’era che dire. Il maresciallo Eugenio Pappalardo preferiva infinitamente di più l’inverno, non solo per via del sudore che nelle caligini estive del sud gli conciava la divisa in un modo tale da fargli schifo, ma perché nella giacca di panno duro e scuro dell’uniforme invernale il suo fisico si slanciava un poco di più, e quei due insignificanti cuscinetti di grasso che da quando alla cucina si era messo il carabiniere Capolupo gli si erano depositatisi all’altezza della cintura. Quello un giorno di questo lo ammazzo io se non la smette di scannare polli un giorno sì e l’altro pure, pensava il maresciallo riferendosi al carabiniere Capolupo, militare di complemento in ferma breve che di mestiere faceva il cuoco negli alberghi della costa, e che in caserma passava il tempo a spennare galli e galline che i tre militari allevavano in un pollaio nel giardinetto al lato della caserma dove avevano pure preso piede un alberello di arance maltesi e un granato che tutti gli anni caricavano di frutti dolci come il miele. Non c’era che dire: il maresciallo Eugenio Pappalardo preferiva l’inverno.
In macchina, al ritorno in caserma, il maresciallo chiese all’appuntato di riferirgli cosa aveva appreso dal bambino, quando aveva visto per l’ultima volta la mamma. La mattina prima di andare a scuola, gli rispose lui. E non gli è parso che ci fosse niente di strano: per il ragazzino stava iniziando un giorno come un altro. Tutto qui.
Per fargli capire che aveva capito, il maresciallo gli fece un cenno, sollevando con un guizzo il baffo destro.
Portava i baffi d’ordinanza, sì, ma i suoi erano baffetti ben curati, sottili, non come quei mustacconi austriaci che portavano i suoi colleghi senza scuola. L’appuntato Capone li tagliava: davano fastidio ai bambini quelle rare volte che li vedeva quando tornava ad Avellino. Per il Capolupo, invece, anche se avesse voluto, ci sarebbe stato poco da crescere: sotto il naso aveva ancora una striasciatina appena appena più scura di peluria infantile; forse a compensare, per ironia della sorte e per dare agio allo scherno dei superiori, quelli che aveva invece Maria, la ragazza con cui ogni tanto si imboscava, diceva lui, non per niente soprannominata ‘a Mustazza.
Intanto gli scossoni della campagnola fiat gli ingolfarono la digestione e un rutto trattenuto in bocca gli saturò l’esofago di acidità. E, tra sé e sé, maledisse con affetto il carabiniere Capolupo.
Al carabiniere Capolupo non interessava per nulla la carriera nell’Arma. Lui, con quei suoi lineamenti femminei e sempre trasognante pensava tutto il giorno all’hotel cinquestelle che stavano costruendo sulla spiaggia di Gizzeria, il suo paese, lungo la statale che porta a San Biase, dove avrebbe voluto fare il capo cuoco e guadagnare almeno un milione al mese. Altro che Benemerita!
(… continua)
lunedì, gennaio 31, 2005
Sonata in si bemolle
Una magra creatura donna lucertola longilinea e curvolenta si assolava davanti ai miei occhi intorbiditi d'etilismo cosmico.
L'emoglobina mi salì al cervello in uno stappo frizzante di champagne d'annata. E più non videro questi occhi ginocchia rotule gomiti e clavicole di quell'umana vivanda, ché s'appannarano in un delirio rapsodico.
La strappai dal suo letto di foglie di lattuga artificiale e la portai con la persuasione delle membra là, dietro la duna sotto gli eucalitti potati a capitozza.
Il mare riverberava il suo luccichìo nelle pupille mie e le mani, queste, affondavano in quella poca carne ossuta e la staccavano dall'epidermide pregevole coll'unghie di lametta.
Quando il sole si spense nella pozzanghera mediterranea ero già in una gabbia a barre doppie.
E il resto è storia che sapete, Vostronore.
Ma il prezioso tessuto della rettile mammale l'ho conservato in tempo sotto salamora. Ché trent'anni può durare se il sale è buono.
Ché tanto tra trent'anni mi spetta di diritto.
E trent'anni passeranno come un batter d'ali in quest'attesa di riavere quel che mi tocca.
E non importa che siano trenta, ch'io ogni giorno mi rinfresco la memoria annusandomi le mani.
venerdì, gennaio 28, 2005
Il disincaglio della memoria
La memoria si allarga, si allunga, si contamina. Per rimanere viva, ovviamente.
Il blog cambia ma la filosofia di fondo rimane intatta: osservare il mondo d’intorno e raccontarlo con parole appropriate, contro il chiacchiericcio in cui spesso si arena questo pezzo di modernità.
Da uno a due il passo è breve ma a lungo è stato meditato: leggere racconti, pensieri, parole, per il solo Osvaldo era diventato faticoso. Alberto, insomma, darà una mano. Fosse anche solo a togliere la polvere che si deposita negli interstizi tra una parola e l’altra. Del resto, scrostare l’accumulo di vuoto che gravita intorno alle cose è il primo compito della memoria.
Di ogni memoria.
venerdì, luglio 02, 2004
Papier collé
E' entrata, si è seduta e ha aperto il suo giornale gratuito. Con la sua mimica facciale ha commentato le principali notizie del giorno, giusto per il tempo di due fermate. Ha ripiegato i fogli con cura maniacale, poi, ed è scesa.
Al suo posto si è sistemato uno spilungo con un dito conficcato tra le pagine d'un'opera monumentale, che si è messo subito, seduto su due sedili invero, ad assorbirne senza esitare e senza sussulti: fruiva di quella saga oggi tanto in voga in una posa marmorea. E' sceso dopo tre stazioni, rimettendo l'indice tra le due ali folte del volume voluminoso.
Il sedile è finito poi sotto il sedere di un giovinastro di colore nero che leggeva con le labbra la stessa pubblicazione a stampa quotidiana free press della tizia fuori dai gangli.
La metrò è un circo itinerante; è un tappeto rullante che si srotola sotto la città. E raccoglie l'umanità che gocciola nel sottofondo dalla vita sopraterranea.
mercoledì, maggio 05, 2004
Facce # 9
Ciavraca è un uomo senza tempo, è un’essenza. Ha la stessa faccia da quand’è nato, forse, e certo da quando sono nato io. È alto e secco come un cardo nel caldo dell’estate nostra. Si porta il peso di una chiave grossa come un’ascia e di un nomignolo appiccicatogli per far favore alla comunità. Ma nessuno lo paga per questo lavoro, anzi è lui che paga per gli altri.
Ciavraca è suono d’infanzia: è monito, legge e pena; è bivio di confine. È tenerezza, oggi che non fa più paura a nessuno. Ma quando eravamo lì, marmocchi, Ciavraca era tutto: era spauracchio da temere e rispettare anche nello sberleffo di un soprannome urlato da dietro una siepe - trincea a proteggerci dallo sguardo suo e da quella chiave che minacciava i peggiori santa-madre-e-dolorosa ma non dagli insulti di resto e da quelli rispediti al mittente.
‘Ntonino non lo si vede più, col suo naso aquilino e il cranio a vista, perché abbiamo smesso di vederlo; non si sentono più i suoi passi lenti di cane solitario sul bordo di ciò che era concesso; non lo si sente più ora che non fa più paura a nessuno.
Dite?
Ciavraca, io, certe sere di nebbia in questa città (quando c’è, ché ormai non si vede neanche qui) lo sento tornare da dove è venuto. E a pensarci mi viene ancora il pelocanino.
martedì, maggio 04, 2004
Facce # 8
Peppino vive ogni giorno due volte: ha trent'anni e ne mostra il doppio, e si porta dentro sessanta chili oltre il dovuto.
Il Peppino che conosco è due persone insieme: uno fa il conducente d'autobus, l'altro scrive romanzi rosa e noir, ma solo di domenica.
Le storie che scrive Peppino gliele racconta Peppino, che le ascolta dalle donne che vanno a fare le cinquantuno giornate per le disoccupazione, un po' alle pesche, quand'è tempo, un poco alle arance, ai mandarini e ai pomodori, giù nella piana.
Quelle che si siedono sempre ai primi posti hanno storie fantastiche e le gambe sempre un poco scoperte da gonne a fiori. E sono storie d'amore e tradimento.
Quelle dei posti indietro puzzano di sudore inacidito nelle vesti nere che non smettono neanche ad agosto, e raccontano storie che a sentirle ti viene il pilorcio. Ché sono storie di sangue e bile.
Peppino arrampica il suo autobus tra i tornanti della linea Ausonia-Marzana; e in ogni curva bestemmia santi e beati, il catorcio. Peppino, invece, non parla quasi mai; saluta chi incontra con un cenno della testa, all'antica, e guidando ascolta le storie che nessuno fa finta di raccontare.
Ditemi voi se un'esistenza così non vale un premio Nobel!
martedì, marzo 30, 2004
Facce # 7
Sumana è forse un suonatore d'arpa birmana assunto come autista di seconda fila al conservatorio Igor Stravinsky.
Sumana arriva con il fruscio d'accompagnamento che gli fa la sua tunica aragosta e si sposta tra gli androni illuminati con una fretta lenta.
Sumana prende posto dove gli capita e batte poi sulla tastiera con misurata delicatezza; usa solo i due medi ripiegati all'interno mentre tiene le altre dita sollevate come fanno con la chela i granchi violinisti nelle danze nuziali. Si rivede così nello schermo buio che guarda, o diversamente?
Sumana scrive lettere elettroniche a se stesso che stampa prima di spedire, e quando ritorna si risponde chiedendosi come sta.
sabato, marzo 27, 2004
Facce # 6
Oleksandr vuole essere seppellito all'ombra reticolare dell'antenna dei telefoni, ché possa intercettare le comunicazioni che si intrecciano a venti metri d'altitudine.
Oleksandr vuole essere seppellito sul ciglio della strada, per non perdere la capacità di captare segnali con i suoi mustacchi da macedone cinematografico. I discorsi smozzicati dei passanti e quelli assurdi dei compagni di corriera.
Oleksandr ha chiesto di essere seppellito dove sferza il vento che porta polvere dell'est, ché ha bisogno di sentirla. Anche per un minuto, anche quando ha gli sbirri dell'immigrazione che gli mordono le caviglie.
venerdì, marzo 26, 2004
Facce # 5
Prodaus è nome plurale.
Prodaus è maschile e femminile; è coniugazione del verbo "amare in costanza" in lingua sconosciuta al resto.
Liuba, liuba, liuba, liuba. Lo so che significa liuba, lo so.
Constantin domanda sempre se sai cosa signifa liuba.
Però è russo, non è moldavo, ricorda!
Constantin e Liuba non hanno età, ché al tempo hanno imparato a camminarci a fianco, insieme.
Constantin e Liuba vanno via prima che qualcuno li cacci, ché il tempo hanno imparato ad ascoltarlo con le cuffie e sentono bene all'unisono quando sta per arrivare. E vanno via insieme.
Per questo Prodaus è nome composto.
giovedì, marzo 25, 2004
Facce # 4
Joao biascica parole di saudade e prende appunti su un diario spaginato, ché il filo di costola non regge e lascia cadere i giorni lungo la via che lo conduce ogni giorno nello stesso posto.
Così, più scrive, più non ricorda, Joao.
Però non si scoraggia, Joao: un giorno dietro l'altro scrive al computer il suo curriculum vitae di ventiquattrore e lo ricopia poi sulla sua moleschina smemorata; perché leggere dallo schermo è faticoso, dice.
Spedisce messaggi da un chilo e mezzo, Joao, quattro per volta, e baratta a poco prezzo tonalità di grigio con l'odore e i suoni del suo fiume di gennaio!
mercoledì, marzo 24, 2004
Facce # 3
Ekthor ogni giorno fa i conti con un'identità che ha bisogno di conferme.
Arriva, trascinano le sue scarpe da clown che non fa ridere nessuno, ti dice oggi il nome e domani te lo ripete.
Compila documenti inesistenti che è soverchio farlo una volta sola; ma lei ogni giorno ricopia tutto daccapo perché sul quel rettangolo di carta piegata c'è una faccia sbigottita vista in uno specchio convesso e un nome che le risuona estraneo ogni volta che lo legge.
martedì, marzo 23, 2004
Facce # 2
Anatoliy ha una laurea che non serve a nulla e lo sguardo fermo sulle cose che osserva. Ma Anatoliy non ti guarda mai in faccia, perché lui scruta con le orecchie e vede quello che ti sta dietro e che tu non vedi neanche a girarti di scatto.
Anatoliy non dice mai nulla, neanche il suo nome giusto per ricordarselo.
Anatoliy ha negli occhi cristalli di ghiaccio che riflettono la luce azzurrognola dello schermo in cui cerca risposte a domande che non conosce. Ma Anatoliy non si lascia mai guardare negli occhi, perché dentro, sa, potresti trovarci risposte a domande che non ti sei mai posto.
lunedì, marzo 22, 2004
Facce # 1
Vlad Voronkov… Voronkov, per l’esattezza. Voronkov e basta.
Il signor Voronkov viaggia leggero, ha un bagaglio che tiene chiuso in un palmo. Un passaporto frusto e un glossario essenziale che ha l’età di chi lo porta.
Il signor Voronkov gira sempre con il passaporto in mano perché in ogni metro quadrato si sente straniero e a ogni passo gli sembra di varcare una frontiera che non vuole lasciarlo passare.
Il signor Voronkov gira sempre con un vocabolario di russo in mano perché si sente forestiero ovunque, anche a casa sua, e a ogni passo ha bisogno di chiamare le cose che incontra con il nome di battesimo.
Facce
Che facce, perdiamine!
C'è gente che si porta sul volto fisionomie cinematografiche e nella testa storie inconfessate.
E sì, ci sono facce che, come si fa a resistere, ai gendarmi fan venir voglia di far due domande, con la luce rivolta contro a scavare nelle rughe del tempo che non torna. E non tornano i conti: chi è lei? e che viene a fare qui, tutti i giorni, alla stessa ora? Niente di personale, così, giusto per sapere, per stare tranquilli.
E sì, ci sono facce fatte apposta per fare paura a chi ha bisogno di farsene; per dare un volto all'ansietà che soggiorna senza permesso nelle esistenze con il parquet a terra e gli arazzi di Siria alle pareti.
Ci sono facce che, come fai a negarlo, proprio non ci stanno appiccicate sul volto di chi le porta: vengono giù ad ogni occasione, per un nonnulla. Sarà colpa dell'umidità di questo posto, che le scolla come affrancature insufficienti di corrispondenza inevasa che torna sempre al mittente.
Chi deve spedire si sbrighi, ché qui si chiude fra dieci minuti. Salvate il salvabile, ché spegniamo la luce. Si và. E per rivedersi, care facce, ci vuole domani: stessa ora; un'ora sola non una di più ...
lunedì, marzo 08, 2004
Albergo Luci
Non hai messo la giacchetta di velluto con le toppe ai gomiti, la camicia a quadri, i pantaloni di fustagno che porti fino a luglio, e non hai messo le clark che metti anche d'inverno e che hai imparato a chiamare clark dopo che qualcuno ti ha fatto notare che era troppo demodé chiamarle polacche, che queste cose in fondo poi le impari.
Indossi quello che credi un abbigliamento trendy: blucinz - li chiami ancora così, su questo devi lavorare! – gilet di cotone, camicia celeste a tinta unita tipo aziendale, un giubbotto di pelle nera. Ai piedi porti mocassini neri.
Poteva andare peggio, tuttosommato.
Chi può negarlo, sai tutto della fenomenologia trascendentale di Husserl e della teoria dell'azione, ma in fatto di vestiario, zero.
Comunque ti senti soddisfatto dell'opera di restyling: se c'è uno stile che piace alle donne è questo, credi.
Accidenti, stavi per dimenticare di togliere gli occhiali, metti le lentine, anche se non le usi quasi mai. E sì, gli occhi ti sembrano troppo piccoli, troppo vicini; sai che è l'impressione, ci vorrà poco per abituarti.
Sali nella tua Renault 5 bronzo schiarito e parti.
È una domenica pomeriggio di maggio, calda e tersa. Non ci potrebbe essere giorno migliore. Il mare è lontano ma ne senti il salmastro che ti solletica le narici di euforia. Ma forse sei allergico alle graminacee, anzi lo sei certamente, ché è la malattia di quelli come te, e te ne compiaci: è una laurea che la natura ti ha conferito prima dell'accademia; è una condizione imprescindibile, ti hanno detto, e ci hai creduto.
Insomma, ti piaci.
Ti resta da fare solo questa cosa, e poi sarai perfetto. Ed è perfetta la giornata, per farlo.
Farai la statale che costeggia i giardini di arance e clementine. È poco frequentata, e se le cose vanno bene potresti addirittura andare in quel albergo dove hai fatto le stagioni come portiere di notte quand'eri studente e studiavi di giorno, che è certo meno squallido e non pagheresti tanto.
Albergo Luci. Che nome!
Il movimento comincia molto prima di quanto di aspetti, all'improvviso. Il cuore impazzisce e ti ingolfa il respiro.
La prima la superi, ché non fai in tempo a parlarti. Ti dici, poi, che non c'è niente da temere , che tutto filerà liscio.
Al secondo incrocio sono due e non ti fermi, non ha senso: sarebbe difficile scegliere e sarebbe d'insulto per chi non è scelta. Tanto sai che ce n'è ad ogni svincolo per gli aranceti.
Ma la quarta la trovi su una piazzola di sosta; non è il caso: troppo in vista. Tanto ormai sei completamente calmo, rilassato. E vai avanti.
Eccoci, questa è quella giusta. Rallenti, apri la freccia e accosti. Il finestrino è abbassato da un pezzo, fortuna che fa caldo, altrimenti chissà che botta di freddo: lo avresti lasciato aperto anche con la neve fuori pur di non fare quel gesto sgradevole di piegarti per tirarlo giù.
Neanche la guardi; non ne hai il coraggio, ma ci sta nel campo visuale. Ti accorgi che è altissima e bella. Porta maglietta e pantaloncini bianche aderenti, e lei è nera di pelle come il tuo giubbotto.
Si abbassa un poco per guardare quel che c'è dentro la macchina. Ti nota appena, quasi non ti guarda.
Prendi fiato, lo trattieni e poi le domandi: come ti chiami? Ti risponde un nome che non cambia le cose. Tu dici il tuo, saluti e vai via.
Certo, certo, non si può pretendere che tutto accada di colpo. Un passo alla volta. E poi, hai ragione: era bella da togliere il fiato e le forze.
Quella che segue non sembra da meno; è vestita quasi allo stesso modo, ma in rosso, ed è meno scura. Ti fermi, fai la faccia dura e le chiedi quanti anni ha. È giovanissima. E da dove vieni? Da lì. E ti indica la direzione. No, dico, da quale paese. Nigeria. Vorresti fare qualcosa che non fosse la solita cosa; vorresti offrirle un dono. La saluti con un sorriso e riparti.
Ti fermi un po' più avanti a raccogliere un grumo di spirito depositato sul fondo del corpo. Ed ecco che ti viene l'idea: raccogli anche dei fiori sul ciglio della strada. Li poggi sul sedile di destra e riparti.
Ne vedi una al crocevia che segue. È rossa, ritieni, sulla base di questo particolare, che sappia il fatto suo e sarebbe pretendere un poco troppo cominciare con lei. Seguono poi due insieme e finalmente un’altra da sola.
Sembrerebbe nostrana. È bionda.
Ti fermi senza neanche guardare se c’è qualcuno dietro di te: ormai sai quello che vuoi. Allunghi il mazzetto di fiori di malva e margheritine e così la costringi ad alzarsi. Non è nostrana: è troppo alta; è davvero troppo alta. Per poterti sorridere per il gesto gradito deve piegarsi a metà.
Ti trema la mano e il sorriso di un fremito che lo rende più una smorfia che altro. Lei non capisce, non capisci neanche tu perché finisce sempre così. Sai solo che infili la marcia e parti a razzo.
Che imbecille, c’eri quasi, era fatta.
Ti ci vuole qualcosa: un guischi, qualcosa che ti sciolga i nervi e la lingua. Fai inversione e torni al bar al bivio dell’autostrada.
E sì, era proprio quel che ci voleva: ora potresti affrontare qualsiasi cosa. Ti rimetti sulla strada statale, ripassi da dove eri già passato: la prima è ancora lì, la terza è rimasta sola, la quarta è nella sua piazzola di sosta e la quinta è ancora bella a togliere fiato e forze. Ma ora ne hai in avanzo. Quella vestita di rosso non c’è più, non c’è per te. La bionda sta spennacchiando le tue margherite in un oracolo d’amore gratuito. Quando passi ti riconosce e ti saluta con un sorriso e un cenno del capo troppo familiare. Tu le sorridi con un sorriso vero, questa volta, e ti senti felice per quello che hai fatto. Senti quasi tra che voi due sia nato qualcosa che non ha prezzo. Le scorri davanti pensando al potere della dolcezza.
Ma qui c’è poco a essere dolci, se vuoi fare quello che devi fare.
E non sarai dolce, hai deciso.
Mentre scivoli lungo l’asfalto scolorito e dal finestrino i destra già aperto entrano immagini di umanità di smercio, il sole si abbassa all’orizzonte e arrossa il cielo sopra le cose così come stanno, ché vanno così e basta.
Ti fermi ai bordi della carreggiata per rapprendere le energie in un grumo di coraggio. Aspetti che il sole finisca la sua corsa d’annullamento a ti accorgi che sono passate più di quattro ore da quando sei uscito. Che vuoi che sia, meglio fare le cose con calma, ti dici. Lo vedi, ora l’aria si scurisce a vista d’occhio e sai che con le luci della sera le cose acquistano un’immagine più dolce e romantica.
Sei incorreggibile. Non avevi detto che te ne saresti fregato del romanticismo?
Ok, sei pronto, deciso, duro. Riparti. Non hai fatto due o tre cento metri che già inizi ad intravedere un profilo. Mentre ti avvicini a velocità controllata ti accorgi che, diamine, è sistemata in un posto pessimo; è ferma in corrispondenza di una stazione di servizio. Vabbe’, non è il posto migliore, ma poco importa, ormai hai deciso che non ti fermi davanti a niente.
Lei è statuaria, di carnagione chiara e con capelli molto lunghi. È inguainata in un vestito nero e lucido che le conferisce una posa plastica. Deve essere raso.
Ma non ti occuperai di questi dettagli, se continui a guardarla finisce che ci rimani di nuovo secco; e questa volta non te lo perdoneresti. Hai deciso che questa volta vincerai e non ci sono santi. Guardi fisso avanti. Non ti girerai più, neanche per guardarla in faccia. Sai che è l’unico modo per superare i tuoi limiti.
Senti che è bella da morire. Dietro di te segue qualche macchina, ma non ti importa che qualcuno ti veda, se vai dietro a queste cose non combinerai niente. Metti la freccia e accosti. Senza staccare gli occhi dal volate le rivolgi la domanda masticata all’infinito.
Quant’è?
Formula giusta e rodata, non c’è che dire. Ma quella non risponde.
Aggiusti il tiro: quanto vuoi per farlo? Va bene anche così, ma lei non apre bocca.
Forse devi specificare cosa vuoi fare. Sesso normale, niente di particolare; be’, almeno per iniziare, poi si vedrà. Ma questo lo dici solo a te stesso.
Normale o particolare, quella rimane impassibile.
Sui tuoi occhi cala un velo di umiliazione e rancore. Riparti a manetta e ti giuri di non riprovarci mai più. Riparti quasi sgommando e maledici il giorno che ti è venuto questo voglia.
E maledici anche lei che non c’entra, che la povera avrebbe anche fatto quello che le chiedevi se solo avesse potuto farlo. Trattandosi di sagoma cartonata a dimensione umana per la pubblicità di un silicone sigillante.
martedì, marzo 02, 2004
InTe®f$REuze? è tempo di dirlo: la nuova versione di Racumino è oxa mia. osvaldo cortina, ki x lui, non c’entra nulla; non c’entra niente neanke con qesto weblog (nel senso ke, ormai, nn c’entra + niente): ne ho preso il controllo.
kiamatelo, se volete, seqestro di un weblog, chiamatelo come cakkio vi pare.
Qesta qi, ke sto facendo io ora è vera narrazione collettiva, o collaborativa, come volete definirla. l’ho fatto x dimostrare ke è possibile.
ma il problema nn è qesto: se il racconto lo avessi letto su un libro, sulla pagina scritta, avrei potuto, al max, scriverne 1a nuova versione solo x me, o avrei potuto pubblicare un libro contenente la nuova versione; ma a ki avrebbe potuto interessare? ki se ne sarebbe accorto?
qi, attraverso qesto mezzo, le parole hanno un legame effimero con il supporto, con la suxficie d’iscrizione: il testo nn è eterno, nn è unico: è fluido, e nn xké il lettore possa mescolarlo a suo piacimento.
così, io ke posso (ma vi assicuro ke potete farlo anke voi) ho deciso di nuotarci un po’ dentro. ok, l’inizio del racconto andava bene, ma il resto meritava di +… xò mi sarei aspettato qalke intervento in + anke da voi. forse ke nn vi è piaciuto il mio work?
cmq: fatevi sentire! vi racconterò altre storie; anzi: ci racconteremo storie ¹ !
martedì, gennaio 13, 2004
C'ero sì, ma stavo sognando
(appunti per un saggio)
di Osvaldo Cortina
Sto leggendo: "(...) tutto ciò che è pensato in modo non contraddittorio viene ipso facto creduto, cioè inteso come assolutamente reale. E una cosa pensata - continuo a leggere - può essere contraddetta da un'altra solo se l'una inizia la disputa affermando qualcosa che non è ammissibile per l'altra. Se si verifica questo caso, la mente deve fare una scelta".
È William James (Principi di psicologia). In verità è Alfred Schutz che riferisce di James. Se devo essere onesto - se non lo fossi questa storia tra noi inizierebbe male -, non conosco bene né l'uno né l'altro. Di Schutz ho letto un breve saggio, a cura di Paolo Jedlowski, dal titolo "Don Chisciotte e il problema della realtà"(1), quello dal quale stavo leggendo, appunto.
"...la mente deve fare una scelta". Dopo queste parole, anche la mia ha scelto: galoppare. E quando sono riuscito a riprenderla, aveva già fatto un bel po' di strada; e io appresso. Quelle parole mi hanno fatto impazzire: dipende davvero da me, o meglio, dalla mia mente, essere "sensibile" ad una realtà piuttosto che a un'altra? Devo continuare ad essere onesto: mi piace troppo questa possibilità.
Dopo essermi laureato ho continuato ancora a frequentare la cittadella universitaria: al fascino di quei posti ho sempre resistito debolmente. Passavo le mie giornate a leggere - quello è stato il periodo in cui ho letto i libri più belli, quelli che hanno lasciato un segno: una fila di pali conficcati nel cuore, a stabilire il confine tra il prima e il dopo di quelle letture; per sempre. Leggevo, forse, solo per allungare sempre di più quella palizzata. Avrei voluto essere sicuro, un giorno, che c'è un di qua e un di là: da una parte i dubbi e le esitazioni, dall'altra le risposte, le certezze. Spesso, però, ho confuso il lato dal quale stare.
Condurre una vita del genere non è facile. Non è facile che te la lascino fare. Non puoi stare tutto il giorno senza far niente - Senza far niente? Ma non vedi che sto leggendo? - No, non è facile. L'imperativo è produrre. Allora mi sono dato da fare: ho iniziato a produrre alibi; alibi morali. Per me, ovviamente.
È bella questa parola, vero? L'alibi (dal latino alibi: in altro luogo) è un mezzo di difesa con cui una persona prova che, al momento della consumazione del reato di cui è sospettata, si trovava in un luogo diverso da quello nel quale il reato stesso fu commesso.
Vedete, questa parola non è solo bella: è anche molto grande. Grande nel senso di ampia. Credo che dentro i confini di questa parola ci stiano tante cose, tante possibilità, fino a comprendere un'altra realtà. Una realtà alternativa alla vita quotidiana: il sogno, appunto.
Era l'anno in cui lessi il Don Chisciotte di Cervantes.
È evidente, come tutti sanno, anche quelli che conoscono Don Chisciotte di fama, ma non hanno mai letto le sue straordinarie avventure, che per il Cavaliere errante non c'è dubbio che il mondo e gli eroi di cui parlano certi libri, ovviamente di cavalleria - primo fra tutti "I quattro libri di Amadigi di Gaula"(2) - siano esistiti e continuino ad esistere. Ed è senza dubbio su di essi - come scrive lo stesso Schutz - che egli pone "l'accento di realtà".
Si badi però che, rispetto a quanto avviene nel Don Chisciotte di Cervantes, secondo l'ipotesi dell'alibi, i termini dello scambio - sogno e realtà - subiscono un'inversione: adesso è la realtà che viene fatta passare per sogno.
Come sempre è la letteratura - che riesce ad avere coscienza e dare rappresentazione di certi fenomeni e situazioni spesso anche con notevole anticipo rispetto ad altri ambiti del sapere - a offrirci l'esempio migliore. Si tratta di un'opera di Pedro Calderon de la Barca, un altro autore spagnolo, ma un poco più giovane di Cervantes (Quando esce la prima parte del Don Chisciotte, nel 1605, Calderon ha solamente cinque anni): La vita è sogno(3). (Il Teatro di Calderon, come d'altra parte tutto quello del Secolo d'Oro, è in versi, ma ne esistono numerose traduzioni in prosa.).
Il dramma di Calderon de la Barca racconta di Sigismondo, principe ereditario di un immaginario regno di Polonia. Quando il sipario si apre Sigismondo è prigioniero in una torre, ed è completamente all'oscuro della suo status di figlio di Basilio, re di Polonia. Appena nato, a causa di una profezia, il padre lo allontana dalla corte e lo affida alla custodia del vecchio Clotaldo.
Più avanti nel corso della rappresentazione - siamo alla scena quinta - Basilio è ormai vecchio; deve abdicare e scegliere perciò i suoi eredi. Convoca un'assemblea al palazzo reale alla quale invita l'infanta Stella e Astolfo, duca di Moscovia, i suoi nipoti . Ma il Re, desideroso di non lasciare il suo regno e i suoi sudditi in mano ad un re tiranno, ma anche temendo di aver dato troppo facilmente credito alle sue profezie sul conto del figlio, escogita una soluzione sorprendente: "Domani, senza che sappia d'esser mio figlio e vostro sovrano, porrò Sigismondo sotto il mio baldacchino, sul mio trono, al mio posto; voglio che vi governi e vi comandi, e che tutti gli giuriate rispettosamente obbedienza. Con questo ottengo tre cose (...). In primo luogo, se si mostrerà prudente, saggio e benevolo, smentendo il fato che ha pronosticato di lui tanti mali, godrete il vostro legittimo principe, che è vissuto finora alla corte delle aspre montagne, abitando con le fiere. In secondo luogo, se egli, superbo, audace, temerario e crudele, si lancerà a briglia sciolta nel campo del vizio, io avrò compiuto il mio dovere di padre pietoso, e mi comporterò poi da giusto sovrano nel detronizzarlo, perché il rimandarlo alla prigione non sarà più una crudeltà, ma un castigo. In terzo luogo, se il principe sarà crudele come vi ho detto, per l'amore che vi porto, vassalli, vi darò sovrani più degni di corona e di scettro: vi darò i miei due nipoti, che riunendo due diritti e legati dal vincolo del matrimoni o, avranno quel che hanno meritato - Stella e Astolfo, oltre ad essere, in assenza di Sigismondo, gli unici eredi al trono, si amano -. Questo vi ordino come re; questo vi chiedo come padre; ve ne prego come sapiente e ve lo dico come vegliardo".
Insomma, a Sigismondo viene svelata la sua identità: viene narcotizzato dal suo carceriere Clotaldo e portato a corte, ammesso al suo rango, ossequiato dai suoi cortigiani e riconosciuto come erede al trono.
Ma come Basilio aveva predetto, Sigismondo si scatena: si rivela dispotico e crudele. Scaraventa dalla finestra un domestico che lo contraddice, aggredisce Astolfo, tenta di violentare Rosaura - la donna che Astolfo ha ripudiato ed abbandonato in Moscovia, e che si è presentata a corte sotto mentite spoglie per consumare la propria vendetta. Il furioso principe vorrebbe uccidere anche Clotaldo accorso a difendere Rosaura.
Fallita la prova, Sigismondo viene riportano alla torre sotto l'effetto di un altro narcotico.
Al suo risveglio, egli ritrova tutto com'era all'inizio della storia. Clotaldo gli spiega che l'avventura a corte non è stato che un sogno: poiché i servi si sono accordati tra loro, nessuno gli conferma di aver effettivamente viaggiato fino a corte né l'identità che pensava di aver scoperto. Di fronte alla concordanza di tutti i testimoni con cui è in grado di parlare, egli è portato così a pensare di aver sognato, e di non essersi in verità mai mosso dalla sua torre(4).
È in questo senso - la realtà, la vita quotidiana creduta o fatta credere sognata, ma anche frutto di allucinazione o fantasia - che il sogno diventa una sorta di alibi, un espediente. Lo è sicuramente, nel dramma di Calderon, per il Re, per i suoi servi e per Clotaldo.
Occorre precisare, come d'altra parte il dramma di Sigismondo mostra, che questa possibilità si apre, ovviamente, solo nell'ipotesi che chi afferma che ciò che è accaduto veramente sia stato solo un sogno, non debba trovarsi in una situazione di minoranza. Nel caso limite di una relazione "uno a uno" è necessario, invece, che chi deve "credere" abbia una certa fiducia in chi "deve far credere". In altri termini, per dirla con il linguaggio del teatro, nella messa in scena conta che gli attori siano credibili e, quanto meno, in numero non inferiore al "pubblico" degli spettatori. Cosa, questa, che nel teatro succede di rado. Ma proprio per questo la rappresentazione teatrale rimane sempre "ovviamente" nei confini della finzione.
Finché esisterà un gruppo che possa accordarsi e affermare che l'esperienza vissuta dal singolo trascende senza alcun dubbio la realtà, il gioco non potrà reggere.
Insomma, è necessario un accordo. "In mancanza di un accordo intersoggettivo - scrive Paolo Jedlowski nell'introduzione al saggio di Schutz - il dubbio non può non farsi strada (...). Il senso della realtà - continua Jedlowski -, la definizione di cosa è 'reale' e cosa no, è dunque una costruzione intersoggettiva" (5).
Frutto di un medesimo accordo diventa, allora, anche la definizione di ciò che è sogno e non realtà, ma anche - è questo che più conta - di ciò che è sogno e non semplicemente "allucinazione" o "follia". Esattamente come, in mancanza di una conferma di ciò che riteniamo "reale" da parte degli altri, siamo costretti a credere di avere solo sognato, così, in assenza di una conferma opposta, saremmo obbligati a credere che si sia trattato di pura e semplice realtà. Ed è da questo "obbligo a credere" - più o meno cosciente e, se vogliamo, onesto - che scaturisce l'alibi, l'escamotage. E' in questo spazio lasciato sgombro dal dubbio che si inserisce e si innesca il trucco.
(1) Schutz, A. Don Chisciotte e il problema della realtà, Roma, Armando Editore, 1995.
(2) Per un interessante repertorio dei più famosi libri di cavalleria - lo so, non è questa la sede, ma non sono riuscito a farne a meno - si veda il capitolo sesto del Don Chisciotte, nel quale si narra "dell'ampio e brillante esame che il curato e il barbiere - due amici di Don Chisciotte - fecero della biblioteca del nostro fantastico cavaliere". Lo scopo dell'esame, in verità meno brillante, è quello di mandare al rogo molti di questi libri, in quanto causa della perdita di giudizio di Don Chisciotte.
(3) Calderon de la Barca, P. La vita è sogno, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1980.
(4) Più avanti, nel terzo atto, Sigismondo uscirà definitivamente dalla torre, ma questa volta non in preda ad un sonnifero. Sarà liberato grazie ad una sollevazione delle plebi, che pretendono l'erede legittimo al trono del regno di Polonia, nel frattempo detenuto da Astolfo. Temendo che si possa trattare di nuovo di un sogno, e cadere, quindi, in nuove frustrazioni, Sigismondo questa volta si rivela saggio e leale.
(5) Schutz, A. Op. Cit.
mercoledì, dicembre 10, 2003
Sogni
Avevo venticinque anni quando mi capitò quella storia del sogno. La notte di un'estate di pioggia e zanzare sognai di me cinquantenne che una notte, durante una vacanza a casa dei suoi - i miei -, sognava di averne venticinque.
Capisco che, detta così, la cosa risulti un po incomprensibile, ma proverò a spiegarla meglio. Sognai di me cinquantenne, uno dei tanti possibili, che scriveva e inviava una lettera a suo fratello - mio fratello - nella quale gli raccontava il sogno che aveva fatto la notte precedente.
Ora non ricordo più molto bene i particolari: il tempo ha smerigliato la memoria di quel fatto, ne ha arrotondato gli angoli, limato le increspature e cancellato i particolari. Ricordo solo che la scena che l'io cinquantenne ha sognato e raccontato in quella lettera era perfettamente realistica rispetto alla situazione che stavo vivendo io a venticinque anni.
Quel poco che accadeva nel sogno sognato si svolgeva nella tromba delle scale di un condominio dove, a quell'epoca, io e mio fratello Ermanno condividevamo un piccolo appartamento all'ottavo piano di un fabbricato di edilizia popolare.
E proprio perché così bizzarro e verosimile, quel sogno nel sogno mi risuonava dentro come un messaggio d'oltretomba.
Eppure non avevo mai creduto alle premunizioni, o a cose di questo genere; né tanto meno avevo mai dato peso a quella disciplina che i dottori della mente chiamano interpretazione dei sogni. Ricordo di aver pensato tutta la giornata al senso di quel sogno; perché un senso, che non fosse la pura rappresentazione della realtà durante il sonno, doveva pur averlo. Per strada ho spesso ascoltato discorsi in cui ai sogni veniva attribuito un senso contrario a quello che in loro appare evidente. Perciò presi a pensare che forse non sarei arrivato a quei sognati cinquant'anni. E non sapendo quanti dei venticinque rimasti sarei riuscito a viverne, la cosa mi turbò non poco.
Avevo un quarto degli anni che comunemente si spera di vivere e le mia esistenza procedeva su un binario che mi avrebbe condotto ad un futuro facilmente immaginabile: mi ero diplomato tre anni prima al conservatorio ed ero, senza falsa modestia, uno dei migliori trombettisti jazz della città. Non c'era traccia nella mia vita quotidiana di qualcosa che la potesse turbare o che facesse presagire un evento funesto. Certo, la morte sopraggiunge improvvisa, non semina per strada indizi del suo arrivo. Quando passa, invece, lascia le orme. Ma questo l'ho scoperto solo più tardi.
Dopo qualche giorno la faccenda del sogno era già dimenticata: nella mia mente riprese il suo posto, come chi su un tram sedendosi ne occupa due, la musica e il disco che stavamo registrando. Se la vita fosse finita in quei giorni, mi sarei sentito come quelle madri che sentono di stare morendo mentre mettono al mondo la loro creatura. O almeno questo pensiero un po' sciocco mi serviva a non pensare a quel sogno. Perché il pensarci di più, credevo, sarebbe stato maggiormente sciocco.
Così abbiamo continuato a scendere le scale insieme, io ed Ermanno, le mattine successive al mio sogno. Siamo usciti per un po' allo stesso orario. Io mi recavo nello studio di registrazione, a lavorare al primo album della jazz band di cui ero trombettista; lui a seguire di malavoglia un corso di chimica generale all'università. Non mi è saltato sulle spalle, né io sulle sue.
A dire il vero scendevamo quelle scale quasi sempre in silenzio. Ognuno a inseguire un pensiero o un ricordo. Non è successo mai nemmeno che ci sfiorassimo scendendo quelle scale strette: io avanti e lui indietro, sempre. Perché così ci sembrava che dovesse andare; e che così andasse bene.
Qualche settimana dopo che accaddero i fatti sognati, mio fratello Ermanno mi informò di aver preso una decisione, alla quale evidentemente pensava da tempo. Si trattò di una decisione che ci allontanò per sempre, irrimediabilmente.
Eppure mi consideravo, a torto, capace di comprendere il mondo in ogni sua possibile sfumatura.
Credo che fosse settembre.
Ormai non lo vedo da allora.
L'estate successiva andai a trovare i miei per qualche giorno, in paese. Poteva essere agosto. Avevo dimenticato tutta questa storia, che improvvisamente mi tornò in mente quando sulla scrivania della camera dove dormivamo Ermanno e io vidi che c'era una busta indirizzata a lui. Recava la dicitura "Restituita al mittente per mancato recapito". Non mi ha fatto gelare il sangue rendermi conto che l'indirizzo e la lettera fossero scritte con la mia grafia, ma che quella missiva fosse di venticinque anni più tardi.
Borgoletto, 27 gennaio 2020 Caro Ermanno, lo so che in questo momento stai fissando questa lettera con occhi sbalorditi, e in testa avrai milioni di pensieri che a intermittenza lasciano il campo al vuoto dell'incredulità. Ludovico Non ho parlato delle cose di cui mi informò mio fratello, perché non hanno nessuna importanza, almeno in questa circostanza. Quello che conta, credo, sia l'enorme scarto tra ciò di cui ci riteniamo capaci e quello che, quando si presenta la circostanza per farlo, mettiamo in pratica.
Sì, sono io, Ludovico, che ti scrivo. Lo faccio perché ne ho sentivo un bisogno improvviso: non ci pensavo da molto, come spesso succede; non ho mai pensato prima di farlo.
È solo che la notte scorsa ho sognato di noi due. Nel sogno eravamo tra le scale di quella casa che tenevamo insieme a pigione negli anni in cui vivemmo al nord. Tu avevi la faccia e il sorriso di allora; hai sempre avuto quella. Ce l'hai anche ora che guardo attraverso questa finestra chiusa e ti vedo leggere la mia lettera. (Tranquillo, non guardarti in giro, non sono lì, anche se forse vorrei).
In quel sogno vi succedeva in verità poco: ho sognato che mentre scendevamo le scale di quel condominio, io davanti e tu dietro, mi sei saltato sulle spalle; non siamo caduti per miracolo ma anche se fosse successo che cosa sarebbe cambiato? Non avremmo sentito nulla.
O forse sì.
Perché sai, il curioso di questo sogno, ma credo che sia cosa diffusa nei sogni, è che ho avuto la sensazione vera del contatto: ho sentito davvero il piacere della tua mani sulle mie spalle, e poi nel cadere le tue braccia che si aggrappavano a me.
Spero che tu stia bene.
Mamma, ogni volta che ci sentiamo, mi chiede se ti ho visto o sentito.
È certo che ti ho visto.
giovedì, novembre 20, 2003
Album
Il mio album di fotografie non sarebbe più il mio se mancasse una foto, anche insignificante, sfuocata ai limiti della decenza; o dove io e lei, quel mio amico, siamo venuti con gli occhi rossi.
***
E ripensavo a lei, se e quando l'avrei rivista tra le mie fotografie: significava che c'era stata nella mia vita e che l'aveva attraversata, come un cane la strada. E non me ne ero accorto. Un'andata e un ritorno; o forse solo in un senso. Via.
***
Ogni giorno una foto; ogni giorno da dietro la siepe, in piedi sulla sedia, mi sporgo per guardare: ogni volta una storia diversa, mai la stessa. Così pensavo, in quei giorni di quasi estate.
venerdì, novembre 14, 2003
Messaggio per il moderatore
Milos83: passerà questo maledetto tempo infinitoKikka79: ci 6? fatti sentire io sono qui ad aspet
Minerva81: :-)
Armando va in giro in scooter, un vecchio Peugeot 106 scassato; ha sempre le mani sporche d’olio e grasso nero. A vederlo così, senza parlarci e senza conoscerlo, si direbbe che fa il meccanico. Per le moto ha una passione esagerata, ma la sua incapacità di tenersi un lavoro per più di sei mesi gli impedisce di comprarne una ‘seria’, come dice lui. Per un po’ ha posseduto una Vespa targata, acquistata di seconda mano, ma si è rivelata un autentico ‘pacco’: ogni due giorni era lì, sotto casa, a smontare tutto. Ma gli piaceva quella Vespa. Era di metallo, e non come questi maledetti aggeggi di oggi, tutta plastica! Era di quella con i cofani laterali che si staccano, così, per un po’ ha potuto realizzare il sogno cha aveva a sedici anni: andare in giro su un vespone con il motore truccato e in vista.
- Truccato, significa elaborato: non è più 125, ora è 181 Polini. Una freccia! Forse non lo avrei truccato se non fosse stato necessario sostituire cilindro, pistone e testata dopo quella volta che si sono rotte le fasce, le fasce del pistone. Va be’, lasciamo stare. Comunque, ora va una scheggia. Spero solo che non mi fermino gli sbirri, anche se credo che nessuno di quei quattro brocchi sia in grado di distinguere un motore 125 da uno 500. Ma è meglio se non mi fermano. E non fare quella faccia, come per dire sempre il solito, non cresci mai.
Ecco perché, poi, ha dovuto venderla, la Vespa. A Renata non andava l’idea di essere considerata una che non rispetta le regole, che vive nell’illegalità, tutte parole sue, oppure, semplicemente, temere di ammazzarsi spiaccicata su uno stradone di periferia urbana, ogni volta che sarebbe andata con lui su quella moto. Renata è la ragazza con cui Armando divide un appartamento al quinto piano di un palazzo di edilizia popolare, non proprio in centro, ma nemmeno troppo fuori città. Renata sarebbe, in teoria, la fidanzata di Armando, ma tra i due è una guerra continua: si addormentano litigando e si svegliano riprendendo la discussione esattamente da dove il sonno l’ha interrotta.
- Almeno che si potesse portare a termine un discorso, cazzo. Ti addormenti pure mentre litighiamo!
Ma, ormai, Armando fa finta di non sentirla più quella rabbia che gli lega lo stomaco in un nodo di pietra; fa finta di non sentire nemmeno lei. Ma non è vero: lo sente e sente anche lei, perché le vuole bene. - Sì, ma certe volte non la sopporto proprio; sembra mia madre, a ripetermi sempre le stesse cose, ma stai studiando, ma quando metti un po’ di giudizio; hai fatto qualche esame? Armando sarebbe, anche questo in teoria uno studente, fortemente fuori corso, ma studente. Se solo se ne ricordasse. Ma ormai ha quasi rinunciato ad avvalersi di questo alibi: l’ultimo esame lo ha dato quattro anni fa, analisi matematica 2. Ha smesso di contare da un pezzo su quei due soldi che gli inviavano i genitori dal paese, perché da un pezzo hanno smesso di inviarglieli, anche se ancora sua madre non ha rinunciato al sogno di vederlo laureato: sarebbe stato il primo dei parenti a prendere “il pezzo di carta”. Aveva cominciato bene: quattro esami il primo anno, cinque il secondo, due il terzo, una il quarto, uno il sesto. Finché si è dato gli esami fondamentali, quelli imposti dal piano di studi, tutto bene, quando ha cominciato le incursioni negli “insegnamenti da altre facoltà” è stata la rovina. A partire da quella benedetta antropologia culturale.
- Che ti serve questa astrologia culturale. È roba che serve a un ingegnere? Se ti serve falla, però, secondo me, non serve.
Così gli aveva detto, e glielo ripeteva ogni volta che parlavano di università, la madre, che di piani di studio non capiva niente ma aveva ben intuito che quelle cose ‘culturali’ erano solo un diversivo, qualcosa che lo avrebbero portato fuori strada. E lui, fuori strada, ci andava con una certa facilità. Esame andato bene, quello di antropologia, non c’è che dire, ma fu l’inizio del declino della sua carriera accademica; poi ci fu sociologia delle comunicazioni di massa: esame dato dopo un anno di studio.
E a quell’epoca che scienza e tecnica delle costruzioni, meccanica dei solidi e dei fluidi, geometria e matematica hanno perso tutto il loro fascino, per lui. Ed è in quel periodo che gli si è conficcato nella testa il benedetto sogno di lavorare in radio. Diventare dj, magari scrivere un po’, ma soprattutto parlare al microfono, in quei programmi notturni dove la gente vuole ascoltare cose dette bene, dove le parole diventano importanti e non sono solo un intermezzo evitabile tra un brano di musica commerciale e il successivo. Vorrebbe fare il ‘narratore orale’, spiega alla madre quelle rare volte che si vedevano di persona, e agli altri, quando gli chiedono cosa fai nella vita.
Cosa fa veramente lo dice poco.
Per vivere, intanto, finché non riuscirà ad entrare in una radio decente, fa mille altre cose. Una radio ha cominciato a frequentarla, si chiama Radio Power e si sente solo in città. Scrive l’oroscopo della settimana, ma non lo legge, lo fa una ragazza, la figlia del proprietario della radio, che in quanto a scrivere non sa da dove si comincia. Ma questo non conta, e Armando non ci vuole nemmeno pensare. Non vuole guastare i rapporti, sebbene siamo ridotto al minimo indispensabile: ciao, buongiorno, l’oroscopo te l’ho inviato per posta. Prima o poi, per un motivo o un altro, al microfono lo faranno accedere, magari per una sostituzione d’emergenza, durante l’estate, quando quei due o tre sfigati che ci lavorano andranno in ferie, se andranno in ferie.
Intanto per guadagnare qui due soldi che gli servono per l’affitto, il panino a mezzogiorno, i racconti di Carver e Philip K. Dick, qualcosa da mangiare la sera, qualche volta al cinema e la benzina per lo scooter, lavora in un service editoriale: scrive itinerari turistici, senza aver mai visto i posti di cui parla, che finiscono sui giornali più sfigati che si siano mai visti in giro e controlla i forum presenti sul sito internet di un noto telegiornale nazionale che il service amministra ‘in remoto’.
E ogni tanto gli chiedono di occuparsi della chat, quando manca qualcuno dei moderatori. La chat gli piace maggiormente: è molto più vicina all’idea della radio. Come quei vecchi programmi di dediche e richieste. Gli ascoltatori interagiscono con il dj, chiedono brani, danno opinioni. E ogni volta che gli capita, spesso nelle ultime settimane, fa tutto come se fosse alla consolle di una radio privata: si siede alla postazione, apre un bowser di navigazione e con un motore di ricerca trova i testi dei brani musicali che manderà in onda. Ne copia due o tre frase per volta e li incolla in un messaggio di sistema che invia nella stanza della chat di cui è moderatore.
Moderatore: Il ragazzo ha capelli rossi ed occhi blu. Pantaloni corti ed uno strappo proprio lì. Amici nel quartiere non ne ha, e quando va a giocare dove va?
Dopo le prime frasi, gli habitué lo riconoscono e lo salutano.
Kikka87: Ciao mod come stai?
Link: dove 6 stato, mod? è un po’ che non ti fai vedere. Cmq, ben tornato
Amicaluna: Moooooooooooooooood. Mi 6 mancato!!
Unica: La pioggia ke finora ha stancato i muri di questa prigione che vivo, ha smesso ora, ora ke ci 6 tu, mod barone
Moderatore: Il ragazzo sale molto spesso sopra un albero che sa. Sceglie un ramo e cerca il punto esatto dove muore la città. È quasi ora di cena quando viene giù, suo padre ormai non lo capisce più.
Non gli dispiace quando lo chiamano ‘Mod’, sebbene tutti i moderatori vengano chiamati così; però preferisce essere chiamato il Barone Rampante, come il personaggio del romanzo di Calvino che dedicò un’intera vita per un solo, grande atto di disobbedienza. E poi, il nick del Barone è molto radiofonico.
Moderatore: E con gli occhi dentro il piatto lui mangia molto ma non parla mai. Ha una luce strana dentro gli occhi, e qualcuno l’ha chiamata cattiveria.
Silvia06: Di cosa parliamo oggi, barone?
Belphagor: Il re dell’ignoto, principe del Moeb, porge i saluti al nobile barone.
Moderatore: Ma poi, chissà la gente che ne sa; chi sa la gente che ne sa? Dei suoi pensieri sul cuscino, che ne sa? Della sua luna in fondo al pozzo, che ne sa? Dei segreti e del suo mondo.. il ragazzo cresce sempre solo e non si sente solo mai. Ha una voglia strana in fondo al cuore e nemmeno lui lo sa se sia paura o liberta.
Qualcuno, che non è sicuro, chiede conferme.
Blualyssa85: Ma 6 tu barone?
Ogni tanto mette qualche brano in inglese, ma il caposervizio, che già sopporta appena il suo modo di moderare la chat, gli ha chiesto espressamente di non scrivere messaggi in inglese - Che qui non sono tutto intellettuali come te! Ma certe volte, quando fa l’ultimo turno, quello dalle 24 alle 4 del mattino, qualcosa in inglese la mette. Ma generalmente è roba italiana.
Moderatore: Dei suoi segreti e del suo mondo che ne sa? Il ragazzo sale molto spesso sopra un albero che sa... Solo quando il primo brano è andato, proprio come se fosse in radio, risponde ai saluti che intanto si sono accavallati l’uno su l’altro.
Moderatore: Buonaserata, ragazzi. Come state? Mi siete mancati.
Moderatore: Sì, Blualyssa, son io come non sono mai stato. Come ti va, oggi? Hai suonato sabato sera?
Si tratta di una particolare categoria di chat che non va su internet, ma su un canale televisivo non proprio sconosciuto. Per inviare i messaggi, i chatters usano il telefono cellulare: inviano brevi sms al sistema. Le stanze della chat non consentono conversazioni in privato: tutti leggono i messaggi di tutti. L’unico modo per conversare in privato sarebbe quello di mandarsi sms direttamente, oppure telefonarsi. Così, loro, quelli che chattano, ci provano continuamente a scambiarsi i numeri di telefono, ma le regole della chat e le leggi sulla privacy lo impediscono. Ogni tanto capita in chat qualcuno, o qualcuna, nuovo che non conosce il moderatore e fa finta di conoscere le regole.
Amore79: Ciao mod. Ciao a tutta la chat. 345.7465231
Il messaggio, chiaramente non passa, e dopo un po’ Amore79 si rifà vivo.
Amore79: Mod ki 6? Fai passare i miei mex. 6 il migliore.
Tutto sommato questa ipocrisia non lo disturba, poi tanto: fa parte del gioco. E quando è in vena risponde anche.
Moderatore: sono il Barone.
Alessia80: ei barone o sentito parlare di te, dicono che 6 grande anche di età. Come 6. descriviti x favore
Alcune volte dice di essere nato nel 1755, quando è in vena di mantenere la parte di Cosimo Piovasco barone di Rondò, e quando gli domandano da dove digiti, risponde addirittura Ombrosa.
Amore79: barone? ma no il tuo vero nome qual'è?
Moderatore: Cosimo, Cosimo Piovasco.
E vorrebbe aggiungere qualche commento su quel "qual'è", ma lascia correre: non gli va di fare il professorino.
Amore79: che nome curioso, un po’ antiquato, ma curioso.
A parte la grammatica, Armando si diverte. Il fatto che siano molto pochi quelli che frequentano quelle chat a sapere chi sia Cosimo Piovasco, il Barone Rampante, non gli dispiace. Ma anche quelli che non lo sanno gli sono simpatici, anzi, molto spesso li preferisce a quelli che cominciano a intavolare discorsi tipo, il tuo libro preferito, il tuo autore preferito, l’ultimo libro che hai letto. Che palle!
Lucy02: non scherzare mod davvero 6 così vecchio?
Ventinove anni. Fra due mesi saranno trenta.
- Ha ragione Renata, non si può rimanere sempre ragazzini. Trent’anni. Mio padre a trent’anni aveva già tre figli, aveva messo su una bella casa ed era alla terza macchina nuova. E io giro ancora in motorino. E io posso andare in giro solo in motorino, o in bici. Certo, ho questa libertà. Sono libero, mio padre a trent’anni era completamente schiavo di tutto il sistema in cui era inserito: doveva lavorare, doveva mettere su famiglia, dargli una casa e una macchina nuova ogni cinque anni. Io sono libero da questo giogo millenario del ruolo sociale, del lavoratore salariato. Oddio che angoscia.
Lunablu: X MOD. Perché non ti descrivi? Come porti i capelli?
Moderatore: Un po’ lunghi, un po’ ricci, abbastanza ricci...
Ecco, vorrebbe aggiungere, in che cosa si differenziano Renata e mia madre...
Renata vuole che Armando porti i capelli a una lunghezza media, Luisa, la madre, lo vorrebbe vedere sempre con i capelli in ordine, dove ordine significa corti. E sulla questione capelli finisce di accontentare Renata, anche se non gli importerebbe affatto di lasciarla scontenta, intanto perché piacciono anche a lui un po’ lunghi, ma non troppo; e poi perché, più concretamente, se li portasse corti la rottura di scatole da parte di Renata sarebbe quotidiana, la madre la vede abbastanza raramente. A riportarlo alle realtà, al dovere di guardiano della chat è il numero in rosso che indica i messaggi pendenti che aspettano di essere pubblicati. Quando si accorge di essersi distratto, di aver inseguito un pensiero o due è sempre troppo tardi: i messaggi da processare si sono accodati e qualcuno comincia a lamentarsi. Appena smaltisce i primi venti o trenta messaggi arretrati si cominciano a leggere i primi sms di rimostranza.
Link: Ehi, mod. Questa chat è ferma! Ke succede, mod? Qualche problema tecnico o sei morto?
Goku: mod ti 6 addormentato? datti una mossa che perdo la mia bambina!
E nella fretta di recuperare il tempo perduto, passa qualche parolaccia e qualche numero di telefono; quelli, poi, sono quasi impossibili da scovare, anche si hai più tempo a disposizione.
- Questi stronzi, che non hanno altro da fare che stare tutto il giorno davanti al televisore a guardare parole inutili che sfilano via una riga dopo l’altra, non si arrendono. Continuano a provarci a scambiarsi questi maledetti numeri di telefono. Le pensano tutte: un numero alla volta, in ognui sms un numero, infilato in una frase dotata di senso: l’età, i mesi che non fumano una sigaretta, il numero dei figli. E questi sono numeri evidenti. Poi si sono inventati l’uso delle maiuscole A è uguale a 1: Ciao Da Giorni E Giorni Litigo con Elly...MOD PAXA.
Ed è passato un bel numero di telefono.
- Li odio quando fanno così. E li invidio. Loro fanno di tutto per entrare in contatto, e io che potrei chiamarli tutti, non ho voglia di fare nulla. Continuo ad annoiarmi, e l’unica cosa che dia un senso al mio essere qui, ora, è dare la caccia a questi topi in codice. Eppure, non è come crede Armando, non sta solo in quello il senso del suo essere lì. Per quel poco che possa importargli o servire a sentirsi meglio, lì dentro è un’ististuzione, è il primo attore, il protagonista di commedia ridicola sì, ma nella quale molte persone ritrovano quella vita che fuori gli sfugge e li sopravanza.
Armando fa una notevole presa su tutti quei ragazzi che frequentano la chat; e non è solo il ruolo che riveste a porlo in primo piano: con le parole sa giocarci, le scompone ricompone sposta coma se fossero su una scacchiera invisibile per dare lo scacco a tutti quelli che ci provano a metterlo alle strette. Ma questo, forse, lo sa e non gli importa.
- È che certe volte vorrei spegnermi completamente, girare l’interruttore su ‘stand-by’ e aspettare che arrivi un giorno migliore.
In quei giorni così, senza inizio né fine, quando sente i pensieri incollati e le parole si appiccicano al fondo della mente, in quei giorni non fa differenza per lui essere lì o altrove; essere un anonimo moderatore di chat consumato dalla noia, oppure un affermato dj, o ancora, un famoso giornalista. Se avesse scritto lui le parole che passano nella sua mente in quei momenti… ‘Quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti del nostro amore, a quella gente consumata nel farsi dar retta, un amore così lungo tu non darglielo in fretta...’, se fossero sue, e se, in quei momenti lui fosse l’autore di canzoni come quelle, famoso e acclamato, per lui sarebbe lo stesso. Vorrebbe sprofondare lo stesso sotto le foglie umide del parco che si vede dalla finestra della redazione.
Certe volte Armando è proprio fuori. E comincia a fare le cose che non dovrebbe fare. Alza gli occhi, guarda la faccia azzurra di Patrizia, la ragazza che si occupa della rubrica della posta del cuore e che se la tira un po', e con gesti lentissimi avvia il browser per la ricerca. Copia e incolla.
Moderatore: Non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole, le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore dopo l’amore così sicure a rifugiarsi nei sempre nell’ipocrisia dei mai non sono riuscito a cambiarti non mi hai cambiato lo sai.
Orione: domani parto torno fra due settimane
Silvia06: mod puoi ripetere il mex: non ho fatto in tempo a leggerlo stasera il mod è un razzo.
Minerva81: :-)
Link: C’è chi annega le proprie angosce e frustrazioni nella benzina di una moto, chi le disperde nel vento di bolina, chi le graffia su un muro metropolitano. È c’è chi non può far nulla: se le tiene e basta.
Moderatore: E dietro ai microfoni porteranno uno specchio per farsi più bella e pensarmi già vecchio tu regalagli un trucco che con me non portavi e loro si stupiranno che tu non mi bastavi...
Vanessa: ?? LucaP: Io sono di to, ma vivo a mi da due anni. E tu?
Moderatore: digli che il potere io l’ho scagliato dalle mani dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni per ritornare dopo l’amore alle carezze dell’amore era facile ormai non sei riuscita a cambiarmi non mi hai cambiata lo sai.
Irma76: Ei mod oggi sei proprio giù ke ti è successo? dai sorridi. kiss.
LucyBRa: no, Miki, non ho capito nulla. questa chat certe volte si ferma per ore e certe volte va come un fulmine. Mod datti una regolata. ciao dylan ben arrivato
Ermes: X Camilla. Continua, ti sto guardando. Mi sa che mi sto innamorando di te. Già TVB.
Moderatore: Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre come fiori regalati a maggio e restituiti a novembre i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro i tuoi occhi assunti da tre anni i tuoi occhi per loro...
Belphagor: Né dentro e né fuori; e poi, cosa conta a questa età? Conta solo esserci. A me basta questo. E tu dove sei?
Antony: ei Anastacia chatto io con te. Da dove dgt. Io mi 23 e tu?
Moderatore: ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo e per buttarsi in un cinema con una pietra al collo e troppo stanchi per non vergognarsi di confessarlo nei miei proprio identici ai tuoi sono riusciti a cambiarti ci sono riusciti lo sai.
Minerva81: Ehi, ragazzi, qui bisogna fare qualche cosa. Il nostro Barone sta proprio male. Facciamolo ridere un pò. Belphagor tira fuori qualcuna della tue barzellette!
Dylan: Ciao, LucyBra. Come stai? ai fatto l’esame? Com’e andato?
Squilla il telefono con un trillo ovattato che pare venire dall'appartamento vicino. Risponde Patrizia.
- Per te!
- Questa è l’ultima volta che metti piede lì dentro!
- Ok!
Moderatore: Ma senza che gli altri ne sappiano niente dimmi senza un programma come ci si sente continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito farai l’amore per amore o per avercelo garantito. Moderatore: ADDIO, RAGAZZI. Mi hanno segato!
Moderatore: Andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro senza chiederti come mai, continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai.
Armando ha quasi trent’anni e gira ancora in scooter.
martedì, novembre 11, 2003
L'ho vista sorridere a un'idea
Prendo spesso il treno. Mi piace il rumore monotono di quelle vecchie rotaie che da noi ancora predominano su quasi tutta le linea ferroviaria; è come una nenia antica che mi rilassa fino al torpore. Così, quando viaggio in treno, sono quasi sempre distratto, assorbito da pensieri o ricordi che nella mente mi portano lontano, o addormentato, e non mi accorgo di quel che mi succede intorno.
E ne succedono di cose, sui treni.
Ma quella volta, sull’espresso delle diciannove, lo stesso che ogni sera da Costanza scende verso la costa orientale della penisola, sono stato testimone unico di una storia d’amore di una specie particolare. Non ho notato se lei fosse già sul treno oppure se sia entrata con lui, che invece, ricordo con certezza, ho visto salire alla piccola stazione di Castelmorrone.
Lei era vestita come una di quelle puttane che ogni sera riempiono i treni che vanno verso la periferia, aveva la carnagione scura, ma non credo fosse straniera. Aveva i capelli corti e lisci che davanti si allungavano in un ciuffo che maliziosamente le copriva metà del viso ovale; sopra i grandi occhi scuri aveva sopracciglia rifilate e sotto due leggere occhiaie. Portava stretti pantaloni in jeans che aderivano fino al ginocchio alle sue gambe lunghe, poi si aprivano a zampa d’elefante; erano di quel modello che sento chiamare alle ragazze “a vita bassa”. Aveva una maglietta molto corta che le scopriva la pancia quando stava in piedi: la posizione del suo corpo sullo scomodo sedile che occupava faceva in modo che la pelle del ventre nascondesse il suo ombelico in morbidi flutti. Indossava un giubbotto in similpelle marrone con grosse cuciture; una catenella d’argento agganciata a un passante dei pantaloni le finiva in tasca. Poteva avere vent’anni, o forse qualcuno in più.
Lui aveva tutta l’aria di un giovane politico o di uno studente universitario un po’ fuori dal regolare corso di studi, oppure di un sindacalista; aveva l’aspetto, insomma, di quel che si diceva un tempo “intellettuale di provincia”. La sua folta capigliatura riccioluta e scura confondeva sulla sua vera età, che sicuramente sorpassava i trentacinque. Era vestito con sobrietà e garbo: una giacca di velluto verde a coste larghe e con le toppe sui gomiti, camicia chiara a quadri, gilè di lana color panna, pantaloni di jeans consumati e polacche grigie. Il treno procedeva con la solita lentezza. Durante una delle tante inspiegabili soste del convoglio, mosso dall’istinto di guardare fuori per vedere in quale stazione ci fossimo fermati, mi sono accorto che tra i due era cominciata una comunicazione segreta, un via vai di messaggi che correvano su canali invisibili, per gli altri, naturalmente. Lui, di tanto in tanto, la guardava negli occhi, fingendo di essere assorto nelle sue riflessioni; leggeva qualche riga sempre dalla stessa pagina del “Maestro e Margherita” di Michail Afanas’evic Bulgakov, ed esattamente le ultime del capitolo terzo, “La settima prova. … il tram coperse Berlioz, e, sotto il cancello del viale Patriarsij, sul pendio lastricato fu gettato un oggetto tondo e scuro, che rotolò giù dalla china, saltellando sul selciato. Era la testa mozzata di Berlioz”. E il brano era vistosamente sottolineato a matita.
Non ho compreso bene il perché, magari solo per dirgli – in quell’alfabeto segreto – «guarda che non sono una prostituta come quelle che ci stanno sedute intorno», ma a un tratto lei ha aperto la sua borsa di tela azzurra e ha tirato fuori un blocco di appunti sui quali erano ben distinti numeri, formule e legami molecolari e una scritta inequivocabile: Appunti di chimica generale. E il messaggio, ne sono sicuro, è andato a buon segno: sugli occhi di lui ho visto il riverbero di un’approvazione. E ha poi cominciato a guardare qulla ragazza in modo assai meno distratto di prima. Lei, subito dopo l' ho vista fissare un punto nel vuoto e stringere gli occhi come a voler leggere una frase scritta troppo lontano.
L’ho vista sorridere a un’idea.
Sul retro pulito di uno di quei fogli d’appunti, con una matita smozzicata ha scritto: «Questo viaggio durerà troppo poco perché io possa fare altro che darti il mio numero di telefono, con la speranza di poterti conoscere. Mi verrebbe da scrivere.. e allora lo faccio… in modo che possa continuare ancora per un po’ quello che stiamo facendo adesso. 322.8532647. Alice». Poi ha sorriso di nuovo compiaciuta del risultato e dal foglio di appunti ha strappato la parte sulla quale era scritto il messaggio, lo ha piegato due volte e lo ha tenuto in mano.
L’ho vista masticare parole per tenerle calde per il momento giusto.
Sperando forse di aiutarla a rompere le resistenze della timidezza, lui le ha domandato se la stazione successiva fosse quella di San Fermo al Mare. Non aveva l’accento del posto, o magari lo ha dissimulato per suscitare il lei maggiore curiosità. Lei ha risposto: «Forse». E nemmeno il suo accento mi è sembrato del posto, o forse stava solo al gioco che aveva iniziato lui. Dopo qualche minuto il treno ha cominciato a rallentare. Si sono guardati negli occhi. Lui ha assunto un’espressione interrogativa, come a ripeterle la domanda di prima; lei ha risposto con uno sguardo di perplessità. Il convoglio si è fermato e lui è sceso sulla banchina umida. La stazione era deserta e male illuminata. L’ho visto girarsi indietro a guardare verso il treno un paio di volte prima di scomparire dietro un cancello e poi nella notte. Lei, invece, l’ho veduta stringere forte il biglietto che teneva in mano, l’ho vista guardare altre il finestrino senza guardare nulla. Poi l’ho vista aprire il finestrino di scatto e lanciare fuori quel messaggio. Ma solo dopo che l’espresso delle 19 sul quale viaggiavamo, che ogni sera da Costanza scende verso la costa orientale della penisola con il suo carico di derelitti, ebbe acquistato tutta la sua velocità.
Avrei voluto sapere come è andata poi a finire questa storia. Avrei voluto immaginarla diversamente. Ma non ne ho colpa: alla prossima scendo.
***
Ci sono vite secche, aride di emozioni. Ci sono sopravvivenze miserabili consumate nella più oscura solitudine. Eppure felici. O solamente, serene. Così è quella di Egidio: un’esistenza deserta. Ma non lo è per malvagità. Anzi. È un giovane con un’idea di amore assai romantica. Alto, scuro di capelli e di colorito; non bello, certo, ma nemmeno brutto, se non fosse per quei suoi occhi forse un po’ troppo vicini e rimpiccioliti da un paio di occhiali rotondi e spessi.
Ma in amore ci vuole fortuna.
Egidio non prova invidia per chi è più felice di lui, per chi l’amore lo ha trovato e si inebria con i suoi effluvi. È puro. E non riuscendo a realizzare il suo sogno sentimentale [ma forse ha già perso da molto tempo la speranza e il desiderio di riuscirvi] combatte ogni volta che può contro il destino avverso alle altrui storie d’amore. Non perde occasione per ingaggiare, contro quella che lui chiama la modernità frettolosa e distratta che della cattiva sorte è la migliore alleata, battaglie fino all’ultimo respiro, fino a consumarvi l’ultima, estrema speranza.
Perché così può amare anche lui, perché in questo modo gli pare di dare un senso a una vita senza amore; e perché, crede, così quelle storie diventano anche sue.
Quella mattina Egidio si è preparato come tutte le mattine, ha fatto colazione e si è avviato verso la stazione. Il treno delle sette e quarantacinque per Costanza è arrivato puntuale; lui è salito nel solito vagone di coda e non si è seduto. Alla stazione di San Fermo al Mare è sceso. Da un telefono pubblico ha chiamato al Ministero per avvisare che non avrebbe lavorato quella mattina, e forse per tutto il giorno, che non si sentiva bene. E prima che il treno fosse ripartito, per non attirare troppo l’attenzione, si è spostato sull’altro binario e ha cominciato a camminare nel senso in cui lo percorre l’espresso delle diciannove che ogni sera da Costanza scende verso la costa orientale. Ha camminato lentamente, guardano per terra come chi va per funghi o lumache, e se non fosse stato che non era stagione, li avrebbe trovati entrambi, data le abbondanti piogge dei giorni precedenti. Ha percorso il tratto di ferrovia che riteneva quello giusto tre volte, un’andata, un ritorno e un’andata, prima di trovare quello che cercava. Era fradicio di pioggia e attorcigliato al gambo di un cardo secco. Il messaggio era comunque leggibile. Lo ha lasciato asciugare al sole per qualche minuto e poi lo ha ripiegato e infilato nella tasca interna della giacca.
Quel giorno Egidio lo ha passato interamente alla stazione di San Fermo: si è seduto a un tavolino arrugginito del bar e ha ordinato un cappuccino e una fatta di crostata. A pranzo ha ordinato la stessa cosa. Ha aspettato che arrivasse l’espresso che alle diciannove parte da Costanza. Ma quella sera alla stazione di San Fermo non è sceso nessuno. La stazione si è riempita di una nuova desolazione. I rari avventori del bar erano già tutti andati via. Il capostazione ha spento la luce della sua cabina ed è uscito. Solo in quel momento Egidio si è accorto che al di là dei binari filari di case a schiera correvano lucide e parallele; proprio dove c’erano stati uliveti e vigne quando aveva vent'anni.
Sulla piazza della stazione ragazzini radunati parlottavano stando seduti sui motorini. E quando non parlavano smanettano ininterrottamente con telefoni cellulari. Portavano in testa cappellini da baseball e addosso pantaloni larghi e bassi, che a Egidio parvero scomodi.
lunedì, novembre 10, 2003
Mentevali*
Certo, non indossiamo più tute ed elmetti; non avvitiamo più bulloni alieni e non posiamo binari che non ci porteranno da nessuna parte. Non pavimentiamo autostrade ignote.
Certo, lavoriamo agli ingranaggi di motori diversi, veloci e prepotenti. Spianiamo nuove, grandi vie di comunicazione, senza sosta. Mentre, paradossalmente, la comunicazione tra noi resta muta e immobile.
Non abbiamo unghie nere di grasso e polmoni solforosi. Noi no!
Abbiamo mani pulite e occhiali d'intelletto; non abbiamo la pelle bruciata dal sole, ma siamo lo stesso gli operai di sempre.
*Lemma: mentevale.
Sillabazione/Fonetica: [men-te-và-le].
Definizione: s. m. e f. (con evidente riferimento a "manovale") impiegato qualificato che compie lavori intellettuali esecutivi, sebbene non generici, spesso ripetitivi; in particolare, operazioni di data entry, o elaborazione acritica di dati o informazioni.
venerdì, novembre 07, 2003
Il caffè di Isabel
È legittimo, da parte di un avvocato utilizzare gli strumenti di cui dispone per ottenere il bene del suo cliente? Anche se è colpevole? È una domanda che da ragazzo mi incuriosiva, e non esitavo a rivolgerla ai miei professori di diritto; le risposte erano quasi sempre le stesse; credo che ogni avvocato o aspirante tale se la sia posta, almeno una volta nella vita. Da adulto quella domanda ha cominciato, invece, a tormentarmi. E ho sentito rivolgermela spesso: era arrivato il mio turno di dare risposte, perché arriva sempre, forse non è puntuale, ma arriva uguale per tutti.
Ho esercitato la professione legale per molti anni, ma il mio animo, almeno così credo io, non si è inacidito, non si è riarso al vento dell’ingordigia. Sono stato bravo, dicono, ma non è per zelo che io lo sia diventato. È stato piuttosto il caso a voler fare di me un salvatore, a volte ingiusto.
Dico il caso perché, per quel che ho capito dell’esistenza umana, non vi è codice mandato a memoria, non c’è manuale studiato alla perfezione che possa fare di te qualcosa di diverso da quello che il destino vuole farti diventare, o non diventare.
La mia buona fama dura tuttora, ma ho iniziato a costruirla in anni ormai lontani, quand’ero appena diventato penalista. Non dirò dove, perché non conta e perché, semmai queste righe dovessero saltare fuori, un giorno, la persona che cito non dovrà qualche spiegazione, anche solo alla propria coscienza.
Comunque, ero un giovane penalista con la fissazione per la psicologia, disciplina che in verità avrei preferito alla giurisprudenza ma che la sorte, di concerto con mio padre, ha voluto relegare al rango di ‘pallino’. Così cercavo sempre, finché mi fosse stato possibile, vestire i panni degli altri e coglierne gli umori, le aspettative e i desideri più reconditi, anche i più banali; perché sono proprio quelli, spesso, a determinaro lo stato d'animo delle persone. E facevo tutto questo solo per trarne profitto, naturalmente.
Prendiamo un giudice, un magistrato di corte d’appello, di sessant’anni, fumatore accanito che si sveglia tutte le mattine alle sei e mezza, prende il suo caffè mentre legge il giornale e fuma la sua prima sigaretta. Quando, alle dieci è appena entrato in aula, dopo che ha fumato al sua prima dozzina di sigarette giornaliere, ha uno scompenso: gli manca il caffè. Ma dovrà aspettare che almeno si passi in camera di consiglio.
Ed era in quel momento che entrava in scena Isabel (la chiamo così, ora, ma il suo nome era un altro). Impiegata di cancelleria al Tribunale, dopo uno sguardo d’intesa Isabel passava velocemente nel piccolo sgabuzzino dietro l’alloggio dell’usciere e accendeva il fornello elettrico sotto la caffettiera già pronta.
Quel caffè al momento giusto funzionava a meraviglia: di rado un mio assistito ha perso un beneficio, una sconto di pena.
Su consiglio di Isabel avevo scelto una buona miscela di caffè che producevano nella stessa città dove si svolgevano i fatti che sto narrando. A quel tempo credevo che tutto fosse frutto della mia intelligenza: la scelta di tempi, la qualità del caffè e cose di questo genere. Ma oggi, che ho occhi meno offuscati dalla bramosia di gloria mi rendo conto l’elemento fondamentale - e queste pagine ne sono un misero tributo - era lei, Isabel.
Capelli neri legati sulla nuca e pelle olivastra. Aveva su tutto il corpo quella leggera pinguedine che un tempo piaceva molto, specie se si traduceva, come avveniva in lei, in un seno ampio, e morbido. Ma a fare di lei la migliore protagonista di quella nostra messa in scena non era solo l'evidente beltà; era quella sua timida civetteria: un modo di mostrarsi senza farlo che, oggi che scrivo, si definirebbe d’altri tempi. Era una sintesi perfetta di ciò che vuol dire donna. Lo era senza compromesso.
Non sapevo perché facesse questo gioco, o forse facevo solo finta di non saperlo.
Ora, all’improvviso, mi torna in mente questa storia del caffè di Isabel; come una musica che di colpo cambia mentre la stai ascoltando, perché il disco è rigato e salta su un brano diverso; forse di un altro disco, e che forse non possiedi nemmeno. Eppure l’ho sempre raccontata, questa storia, e me ne facevo un vanto. Eppure, adesso, la prospettiva è cambiata: non vedo più solo un tazzina di caffè che arriva al momento giusto, ma una donna giovane e bella che la porta con grazia disinvolta. Non sento più gli effluvi della bevanda ma il profumo di quella donna.
Eccomi qui, adesso a ramazzare i trucioli di una carriera che, con un espressione che ora detesto, si dice brillante. Eccomi, mi rimangono, ora, solo gli scarti di una esistenza che credevo senza rimpianti, e forse lo è.
Può qualcosa che non è stato desiderio trasformarsi in rimpianto?
Non l’ho desiderata, non ho mai pensato di poterla fare mia, eppure avrà avuto solo qualche anno più di me, ed era piacevole quanto mi sarebbe bastato a sognarla di notte. Ma i miei sogni di allora erano ingombri di velleità, aspirazioni, conquiste, vette; e non c’era posto per la passione pura e semplice, fine a se stessa, pura.
Si può avere il rimpianto di non avere avuto desideri?
Non so se sia possibile. So solo che da qualche giorno, nella mia testa, Isabel, il suo ricordo stantio, è cresciuto fino a occupare tutto lo spazio dei miei pensieri.
Vedo, anche quando tengo gli occhi aperti me di adesso in un aula di tribunale, imputato per un fatto che non ho commesso, un furto, un’appropriazione indebita, un dovere mancato, con me stesso. Vedo una donna sconosciuta che porta una tazzina di caffè bollente, viene verso di me.
E non arriva mai.
giovedì, novembre 06, 2003
Interferenze
Mi immagini in questa fine di mondo? Prova a figurarmi nella mente mentre scompaio oltre il boccaporto che si è aperto.
Mi vedi per il tempo in cui passo attraverso il cunicolo che porta al sopramondo? Forse non riesci! Non sforzarti; non riesci, lo vedo.
Le linee sono intasate; ci sono troppe interferenze. Troppe comunicazioni si intrecciano su canali che dovrebbero correre paralleli, e invece si intersecano, si attraversano, si aggrovigliano. E intanto la nostra comunicazione rimane sospesa.
E scompaio senza nemmeno averti salutato, senza l’ultimo addio.
mercoledì, novembre 05, 2003
In condizioni normali, sarebbe già tempo per un nuovo racconto. L'editore pressa. Le proproste editoriali si affollano. Ma qui i discorsi si fanno interessanti: dirò che la mia monotastiera si è inceppata... e ci vorrà ancora un giorno per farla riparare!
mercoledì, ottobre 29, 2003
Alissa, in the blue sky
Che età è trent’anni?
Sono pochi per dirsi fallita o realizzata, sono pochi per fare certe cose; sono troppi per farne altre, cose che avresti dovuto fare prima.
No, la stessa cosa non vale per i venti o per i quaranta; forse può andare bene per i sessant’anni. Sì, perché anche a quell’età, se hai fatto delle cose, bene; altrimenti ti freghi: non c’è più tempo. Puoi farne mille altre, quante ne vuoi; hai tutto il tempo che ti serve. Sempre che tu ci sia arrivato, al secondo giro di boa.
Il primo, comunque, rimangono i trenta.
A trent’anni tutti quelli che avevano da fare qualche cosa l’hanno fatta; chi qualche anno prima, chi qualche anno dopo. E quelli che hanno scelto di bruciare velocemente, a trent’anni si sono spenti, lasciando poi una fiammella accesa nella memoria di chi gli è sopravvissuto.
Oggi compio trent’anni.
Mi sono svegliata come tutte le altre mattine, anche prima del solito. Ho strappato la gigantografia di James Dean sopra il mio letto, ma non mi è servito a niente: mi sentivo uguale a prima, identica a quella che ero il giorno, il mese e l’anno precedente. Se ci penso mi sento la stessa di quando avevo quindici anni: stessa insoddisfazione, stessa rabbia, stessa noia. Ho preso un caffè da schifo, ho infilato il mio lettore cd nella borsa insieme alla macchina fotografica – non sono un fotografa, ma dopo quella volta dell’aereo che si è schiantato sul palazzo municipale la macchina la porto sempre, non si sa mai – e l’ho fatto partire in repeat sul brano di Nick Cave, ‘Your funeral my trail’, quello della scena del concerto nel “Cielo sopra Berlino” di Wim Wenders. Non so perché, ma mi è venuto così: forse perché mi fa pensare all’angoscia tipica dei trentenni stomacati. Sono andata a lavorare come faccio tutti i giorni in cui lavoro – cinque su sette, tre ore e cinquanta al giorno – e per strada, mentre sulla mia vecchia Lambretta a zig zag mi facevo le vie di questa città deserta nella prima calura di un mattino d’agosto, mi sono detta che cosa vuoi che cambi nella tua vita, con il fatto che compi trent’anni? Nulla. E me ne sono convinta.
Durante le mie tre ore e cinquanta di insulti quotidiani (faccio l'operatrice telefonica nel call center della Craps Telecomunications) il pensiero dei trent’anni è tornato a gonfiarsi nella mente fino ad ingolfarla completamente. Ho combinato poco al lavoro, ma non ho chiesto di uscire prima, come avrei potuto fare, ho preferito farmi del male fino alla fine. L’idea di fare qualcuna, magari una sola di quelle cose che ancora andavano fatte, o che sarebbe stato meglio fare prima della trentina, ha cominciato a rosicchiare il tedio di quella giornata come tante altre.
Tornando dal lavoro ho avuto il bisogno di fermarmi nel parco, proprio dove la mattina faccio sempre sosta per fumare il primo spino della giornata e Johnny Lo Squalo per pisciare al solito albero, perché dovevo fare una lista della cose che avrei dovuto fare prima di quella età e che non avevo ancora mai fatto.
Mi vergogno un po’ della mia lista, ma se è questo che ho scritto, un senso deve pur esserci. Eccole, le cose che avrei voluto fare prima d’ora:
1. diventare una famosa musicista pop: “Alissa”, almeno il nome già si presta;
2. fare un sacco di quattrini, possibilmente come famosa musicista pop;
3. compare da sola, senza l’intermediazione dello Sciacallo, un cinquanta di erba. È il minimo per una popstar;
4. provare pur una volta quello che prova una puttana.
Quando ho finito di scrivere la mia lista erano già le otto di sera. Ditemi cos'altro avrei potuto fare? Non so prendere neanche il sol sulla tastiera della chitarra. Per far soldi forse ho qualche altro giorno di tempo, magari prima che il padrone di casa passi per l’affitto. Resta poco di quella lista da fare in meno di quattro ore. Così sono corsa a casa; ho messo nello stereo il cd di Nick Cave, sempre su ‘Your funeral my trail’, e ho chiamato lo Sciacallo al telefono per farmi dire dove avrei potuto fare l’acquisto. Ho scritto l’indirizzo e il nome di un tale che conosce lui. Poi sono entrata nella doccia. Mi sono lavata con un bagno schiuma alla vaniglia, e già che c’ero mi sono anche masturbata. Ma più che per desiderio, l’ho fatto per paura di provare piacere durante il servizio del punto 4 che mi avrebbe fruttato, speravo, quelle cinquanta carte che mi servivano per l’erba.
Poi non so com’è andata a finire. Non avevo mangiato per tutta la giornata, e quel servizietto sotto la doccia non deve essermi stato di aiuto. Credo di aver fatto in tempo a raggiungere questo letto dove mi hai trovata.
Ma che ora è?
Cazzo!
Devo andare a lavorare!
O no?
